A cura di:
Dott.ssa Alessandra Graziani
Neuropsichiatra Infantile e Psicoterapeuta
Direttore Centro Arcobaleno

La relazione come base dell’intervento
Nel lavoro clinico con i bambini con disturbo dello spettro autistico, uno degli elementi più rilevanti, e talvolta sottovalutati, è la qualità della relazione tra adulto e bambino. Prima ancora di qualsiasi intervento strutturato, è necessario costruire un legame che consenta al bambino di sentirsi al sicuro, compreso e motivato a entrare in interazione. In questo contesto si inserisce il concetto di pairing, un processo fondamentale nelle terapie comportamentali e, più in generale, in ogni approccio relazionale.
Il pairing consiste nel rendersi una fonte di rinforzo per il bambino, ovvero nell’associare la propria presenza a esperienze piacevoli e motivanti. Questo significa che l’adulto – sia esso terapeuta, genitore o insegnante – non viene percepito come una figura che richiede o impone, ma come qualcuno con cui è gratificante stare. Tale processo rappresenta uno dei primi passaggi nelle pratiche basate sull’Applied Behavior Analysis (ABA), ma il suo valore si estende a tutti gli interventi centrati sulla relazione e sullo sviluppo.
La letteratura evidenzia come la motivazione e il rinforzo siano elementi centrali nei processi di apprendimento. Skinner (1953) ha descritto il ruolo del rinforzo nel modellare il comportamento, mentre studi successivi hanno sottolineato l’importanza di stabilire una relazione positiva prima di introdurre richieste o obiettivi educativi (Cooper, Heron & Heward, 2020). In assenza di questa base relazionale, il rischio è che il bambino viva l’intervento come intrusivo o non significativo, aumentando comportamenti di evitamento o opposizione.
Il pairing, quindi, non è una semplice fase iniziale, ma un processo continuo che accompagna l’intero percorso terapeutico. Quando il bambino associa l’adulto a esperienze positive, aumenta la disponibilità all’interazione, si riduce il rifiuto e si crea uno spazio favorevole all’apprendimento.
Dal punto di vista operativo, il pairing richiede un atteggiamento attento e rispettoso dei tempi del bambino. Il primo passo è l’osservazione: comprendere cosa motiva il bambino, quali sono i suoi interessi, quali attività ricerca spontaneamente. Successivamente, l’adulto si inserisce in queste attività senza introdurre richieste, seguendo l’iniziativa del bambino e condividendo il momento in modo autentico.
Questo approccio si colloca in continuità con i modelli evolutivo-naturalistici, che valorizzano il ruolo della relazione e del gioco nell’apprendimento. Gli interventi Naturalistic Developmental Behavioral Interventions (NDBI), ad esempio, integrano principi comportamentali e relazionali, sottolineando come la motivazione e il coinvolgimento siano determinanti per lo sviluppo delle competenze comunicative e sociali (Schreibman et al., 2015).
Uno degli effetti più rilevanti del pairing riguarda proprio la comunicazione. Quando il bambino si sente a proprio agio con l’adulto, aumenta la probabilità che emergano comportamenti comunicativi spontanei, anche in assenza di richieste esplicite. Il bambino può iniziare a condividere l’attenzione, utilizzare gesti, vocalizzazioni o parole, ponendo le basi per uno sviluppo comunicativo più strutturato. In questo senso, la relazione diventa il primo vero strumento di comunicazione.
Il pairing trova inoltre applicazione nella vita quotidiana. Non è limitato al setting terapeutico, ma può essere utilizzato da genitori e insegnanti per rendere le routine più accessibili e meno conflittuali. Integrare elementi motivanti nelle attività quotidiane, condividere momenti piacevoli senza pressione e rispettare i tempi del bambino contribuisce a migliorare la qualità della relazione e a favorire la collaborazione.
In conclusione, il pairing rappresenta un elemento centrale nella presa in carico dei bambini con disturbo dello spettro autistico. Costruire una relazione positiva non è un passaggio accessorio, ma la condizione necessaria per qualsiasi intervento efficace. Attraverso la relazione, il bambino può sentirsi accolto e sostenuto, e l’adulto può accompagnarlo in un percorso di sviluppo che tenga conto della sua unicità.
Riferimenti bibliografici
Leaf, R., McEachin, J. (1999). A Work in Progress: Behavior Management Strategies and a Curriculum for Intensive Behavioral Treatment of Autism. DRL Books.
Cooper, J.O., Heron, T.E., Heward, W.L. (2020). Applied Behavior Analysis (3rd ed.). Pearson.
Schreibman, L. et al. (2015). Naturalistic Developmental Behavioral Interventions: Empirically Validated Treatments for Autism Spectrum Disorder. Journal of Autism and Developmental Disorders.
Skinner, B.F. (1953). Science and Human Behavior. Macmillan.
Sundberg, M.L., Partington, J.W. (1998). Teaching Language to Children with Autism or Other Developmental Disabilities. Behavior Analysts, Inc.